Una devozione forte, duratura e profonda: è questo il rapporto che ormai da secoli lega la famiglia Pagano di Arena a una delle figure più carismatiche e amate dai cristiani: sant'Antonio da Padova.
La loro è una storia ultracentenaria, partita nel 1922, quando Antonio Pagano, di ritorno dall’America, si impegna in prima persona per la festa del Santo nella sua Arena. La moglie è incinta (partorirà a dicembre dello stesso anno) e, probabilmente – spiega il nipote – il nonno aveva chiesto all’aureolato proprio il dono di un figlio.
Ciò che è certo è che quanto successo non è stato un fatto episodico: il primogenito viene chiamato Domenico Antonio – il secondo nome è proprio in riferimento al Santo – e l’arenese, oltre a continuare a curare la festa fino al 1978, recita ogni anno sia i tredici martedì (quelli che precedono la festa di giugno e che solitamente partono a marzo) sia la tredicina, ossia i giorni di preparazione alla sua ricorrenza.
Il legame tra i Pagano e il Santo frate non si è mai interrotto: dal 1979 al 2013 a organizzare le funzioni legate alla ricorrenza è Domenico Antonio Pagano; dal 2014 a tutt’oggi, Giuseppe Pagano.
Ed è proprio quest’ultimo a raccontare la particolare storia partita con suo nonno e proseguita con suo padre. «Mio papà mi ha inculcato questa fede e devozione», ci spiega, prima di ricordare come «negli anni ’80 la statua, per le celebrazioni a lui dedicate, veniva posta sotto il palio e attorno le veniva fatta una bellissima cornice di fiori».
Da quella prima organizzazione sono passati 104 anni, ma la “relazione speciale” è sempre rimasta la stessa. Tutti i parroci che nel corso degli anni hanno guidato la comunità di Arena hanno continuato, e continuano, a delegare la famiglia Pagano per l’organizzazione della festa, segno tangibile di fiducia incondizionata, nonché della bontà delle azioni intraprese dalla stessa.
«Ci occupiamo di contattare la banda – ci viene detto – dei fuochi nei momenti clou della processione e dei portatori».
L’aspetto legato ai portantini è uno dei più peculiari: la scultura viene annualmente portata da adolescenti e giovani del paese. Le risorse umane non mancano mai e ciò rappresenta un segnale forte, viste le difficoltà riscontrate un po’ dappertutto nel trovare addetti al trasporto per le feste non principali dei paesi.
La cittadinanza non è da meno: in tanti si occupano di preparare il pane da distribuire ai fedeli, altri creano il vestitino per il Gesù Bambino in braccio a sant’Antonio. Sono state tante le famiglie arenesi che, nel corso degli anni, vestendolo con una tunica bianca, hanno affidato le loro intenzioni e preghiere.
Anche i figli di Giuseppe continuano ad avere un legame profondo con sant’Antonio. Due di loro sono gemelli e la loro nascita ha un aneddoto: «Mio suocero – ci dice Carmen, moglie di Giuseppe – anche se erano gemelli voleva sapere chi fosse nato per primo, sostenendo che a questi andasse dato anche il nome Antonio». La richiesta è stata accolta.
Eccetto l’ultimogenita Rita, i figli attualmente sono tutti fuori regione, dinamica che rende difficile fare qualsiasi pronostico sull’organizzazione negli anni a venire.
La rassicurazione più grande a riguardo arriva però da un’altra dichiarazione: «In tutti questi anni – chiediamo – c’è stata qualche situazione particolare in cui vi siete appellati a sant’Antonio e siete stati esauditi?». «No», ci viene risposto.
Proprio quel “no” dimostra appieno come la devozione sia di quelle genuine, semplici, senza condizioni. Di quelle che non chiedono conferme o prove e che, proprio per questo, sono particolarmente gradite a Dio. La bontà di questo pensiero e di queste azioni fa pensare che, al di là dei tempi e dei modi, sant’Antonio troverà comunque un modo per far si che tutto ciò che oggi viene portato egregiamente avanti si ripeta ancora per tanti anni.