Nelle scorse settimane, il Ministero dell'Interno ha emanato un decreto amministrativo per ripartire i contributi relativi al 2026 destinati ai Comuni italiani interessati da fusioni. Il documento in questione non riguarda alcun centro vibonese, ma applica i criteri e le modalità aggiornati con il decreto ministeriale dello scorso agosto, permettendo di simulare, in termini economici, cosa comporterebbe una fusione tra Acquaro, Arena e Dasà.

Allo Stato le fusioni piacciono – La premessa è che allo Stato le fusioni piacciono, come testimoniano i fatti. La disciplina iniziale in materia, risalente al 2013, prevedeva un contributo ai nuovi Comuni pari al 20% dei trasferimenti erariali (i dettagli saranno illustrati più avanti nel testo) per dieci anni. La percentuale dell'incentivo è poi progressivamente aumentata: al 40% dal 2016, al 50% dal 2017 e al 60% dal 2018. Di pari passo è aumentata anche la durata del finanziamento, passata a 15 anni nel 2023 e a 17 anni nel 2026, in entrambi i casi per le fusioni realizzate a partire dal 1º gennaio 2014.

La situazione attuale – Il metodo con cui attualmente vengono ripartiti i fondi destinati ai nuovi enti è piuttosto chiaro. Inizialmente, si sommano quelli che tecnicamente venivano definiti “trasferimenti erariali” dei Comuni interessati dalla fusione, riferiti all'anno 2010.

I trasferimenti erariali erano somme di denaro che lo Stato trasferiva agli enti locali per contribuire al finanziamento delle loro attività e alle spese necessarie a garantire i servizi ai cittadini. Questi strumenti sono stati progressivamente superati dalla riforma del federalismo fiscale e sostituiti da altri meccanismi di finanziamento.

Quanto alla scelta dell'anno di riferimento, le motivazioni sono diverse. La più importante è legata alla volontà di individuare un dato storico comune per calcolare il contributo, evitando di dover ricostruire ogni volta una base di calcolo differente.

Una volta effettuata questa somma, basta calcolare il 60% della cifra ottenuta e, per avere una panoramica complessiva del sostegno economico, moltiplicare il risultato per 17, ossia per gli anni di finanziamento previsti. Il legislatore ha comunque precisato che, per i Comuni con meno di 100.000 abitanti, il contributo annuale massimo consentito è pari a 2 milioni di euro, anche quando il calcolo teorico restituisce una cifra superiore.

Concretamente – I trasferimenti erariali del 2010 ammontavano a 826.977,23 euro per Acquaro, 774.752,00 euro per Arena e 639.480,67 euro per Dasà. Il totale è pari a 2.241.209,90 euro. Il 60% di 2.241.209,90 euro corrisponde a 1.344.725,94 euro: questa sarebbe la somma annuale spettante al nuovo Comune ipotetico nei primi 17 anni successivi alla fusione. Al termine di questo periodo, l'importo complessivo ammonterebbe a 22.860.340,98 euro.

Il condizionale è d'obbligo, sia perché la normativa generale potrebbe subire ulteriori modifiche, sia perché nel testo ministeriale viene specificato che, qualora il fabbisogno complessivo superasse le risorse disponibili, sarebbe data priorità alle fusioni più risalenti nel tempo. Una circostanza che potrebbe incidere in maniera significativa sugli importi ipotizzati.

Il fatto che siano state progressivamente aumentate sia la percentuale dell'incentivo sia la durata del finanziamento potrebbe tuttavia far pensare che le precisazioni fornite dal Ministero dell'Interno rispondano soprattutto all'esigenza di definire criteri chiari per ogni eventualità, più che a un problema concreto di disponibilità delle risorse.

A questo contributo statale, verosimilmente, potrebbero aggiungersene altri regionali, oltre ai risparmi di gestione e alle maggiori opportunità di finanziamento.

Il Sud è assente – Il dato più allarmante emerge, in realtà, dall'allegato al decreto amministrativo menzionato in apertura, quello contenente gli importi che ciascun Comune riceverà nel 2026. L'elenco comprende 107 beneficiari tra fusioni e incorporazioni (nell'incorporazione, uno dei Comuni viene assorbito da un altro, che continua a esistere), ma il Sud è rappresentato da appena tre realtà: Presicce-Acquarica, in Puglia, e Corigliano-Rossano e Casali del Manco, entrambi in Calabria, in provincia di Cosenza. Un quadro che fa riflettere e mette in evidenza quanto il Mezzogiorno sia ancora indietro rispetto a questo genere di processi.

Il caso più vicino: Sant'Omobono Terme – Sempre consultando la tabella, emerge il caso più simile a quello di Acquaro, Arena e Dasà, che, se uniti, avrebbero una popolazione complessiva di circa 3.991 abitanti, secondo i dati Istat: quello di Sant'Omobono Terme.

Sant'Omobono Terme era un Comune della provincia di Bergamo che, nel 2013, contava poco più di 3.500 abitanti. Confinava con il Comune di Valsecca, che nello stesso periodo aveva una popolazione di 436 residenti.

Il 1º dicembre 2013, i due Consigli comunali sottoposero ai cittadini, attraverso un referendum consultivo, la proposta di fusione. Il consenso fu ampio e il 4 febbraio 2014 entrò in vigore la fusione, dando vita al nuovo Comune di Sant'Omobono Terme (sebbene la denominazione sia rimasta quella di uno dei due centri interessati, giuridicamente si è trattato di una fusione tra Comuni).

Oggi, a distanza di oltre dodici anni, Sant'Omobono Terme continua a beneficiare degli incentivi statali previsti per quella decisione: nel 2026 riceverà 600.885,70 euro.

Uno spopolamento in parte voluto – Un'ultima riflessione riguarda il tema dello spopolamento, sempre più discusso e al centro del dibattito pubblico. Il problema esiste ed è evidente, ma, alla luce dei documenti analizzati, che mostrano un'Italia capace di unirsi al Nord e al Centro, ma molto meno al Sud, viene spontaneo interrogarsi sulle responsabilità delle politiche nazionali e su quelle di chi questa terra la vive ogni giorno.